Una vicenda di "amore" e di "solidarietà"
che coinvolge tutta la città
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Nel secolo scorso lo “Stato sociale” era praticamente inesistente; l’assistenza pubblica non esisteva neanche a livello embrionale, mentre esisteva la beneficenza pubblica, che era affidata alle Società di Mutuo Soccorso, alle Confraternjte, alle Parrocchie e agli Ordini Religiosi, e per secoli queste semplici strutture che si basavano soprattutto sul volontariato hanno svolto una funzione preziosa perché rappresentavano l’unico riferimento certo per chi si trovava in situazioni di povertà.
La prima forma di intervento pubblico si era avuta nel 1700, quando negli Stati pontifici erano state costituite le Congregazioni di Carità, una sorta di organismo civile-politico-religioso, la cui centrale faceva capo al Vaticano, ma che erano presenti in forma capillare a livello territoriale.
La loro funzione era quella di curare la pubblica beneficenza.
Nel 1861 fu proclamata l’Unità d’Italia e di li a qualche decennio, precisamente il 17 luglio 1890, fu promulgata la Legge 6972 con cui si crea in Italia un nuovo sistema istituzionale della Beneficenza pubblica: seguendo l’indirizzo che era proprio degli Stati moderni e liberali, con questa legge si procede ad una sostanziale “laicizzazione” di tutto il settore, che ora comprende “l’assistenza” oltre che la beneficenza.
Era la Legge Crispi: essa definiva la natura delle Istituzioni Pubbliche di Assistenza e Beneficenza (IPAB) e ne precisava compiti e finalità con l’obiettivo di creare un sistema di beneficenza coordinato, in diretto collegamento con gli Organi centrali e periferici dello Stato, e ne demandava le competenze di controllo e di tutela al Ministero dell’Interno e quindi ai Prefetti.
Questa Legge tuttavia non ignorò che sul territorio nazionale operavano già, ed in modo efficace, le Congregazioni di carità, anzi con gli artt. 7, 8, 9 e 10 ne fissava meglio i compiti affermando esplicitamente che “spetta alla Congregazione di carità di curare gli interessi dei poveri del Comune e di assumerne la rappresentanza legale, così innanzi all’Autorità amministrativa, come dinanzi all’Autorità giudiziaria”.
A Fasano però i nostri concittadini non avevano aspettato le leggi dello Stato pontificio o quelle del neo costituito Stato italiano e nel corso dei secoli precedenti si erano adoperati alla meglio per alleviare le sofferenze dei più poveri con mezzi ed iniziative adeguate ai tempi.
Sin dalle origini, le nostre popolazioni, trovandosi nella condizione di “profughi”, avevano gradualmente coltivato sentimenti di solidarietà che derivavano, tra l’altro, dalla necessità di aiutarsi lungo il percorso della loro ùcenda storica: scampate alla distruzione di Egnazia esse si rifugiarono nel piccolo Casale di Fascianello, ma avevano dovuto superare prove difficili in una lotta continua per la sopravvivenza, resistendo e lottando con tutte le proprie forze contro le continue incursioni di stranieri e contro le bande di predoni e di mercenari che saccheggiavano il nostro territorio; le tante vicissitudini vissute insieme determinarono nei nostri primi concittadini la consapevolezza che solo stando uniti essi potevano superare quelle difficili prove; e, quando, attratti dall’abbondanza dell’acqua delle Fogge, decisero di trasferirsi più a monte, cominciarono a costruire le loro case tanto vicine che sembravano addossate l’una all’altra, quasi per toccarsi per mano nel momento del bisogno, quasi per respirare lo stesso respiro.
Cominciò sin da allora a delinearsi l’indole del nostro popolo che ancor oggi lo caratterizza: un’indole fatta di generosità, di altruismo, di condivisione e di accoglienza. Ma un altro fattore importante e forse determinante contribuì a rafforzare nella coscienza dei nostri primi concittadini una diffusa cultura della solidarietà: la presenza dei Cavalieri di Malta di cui Fasano per diversi secoli è stata un feudo; ed è noto come quest’Ordine Religioso Cavalleresco avesse posto al centro della sua attività il problema dell’assistenza e come avesse eletto a norma unica della sua esistenza l’ideale dell’amore verso il prossimo.
Così, in quest’atmosfera, in questo contesto storico, politico e culturale, quel primo drappello di fuggiaschi, quei profughi impauriti, legati da comuni radici, si vanno faticosamente trasformando in una comunità, e proprio quelle radici li rendono sensibili e consapevoli dei doveri verso i più poveri: viene allestita dall’Università una dimora per ammalati e senza tetto, un “camerone” che poi sarà accorpato all’Ospedale al momento della sua fondazione nel 1588, viene costruito il lazzaretto, nascono le Confraternite e i Conventi, veri propulsori della pubblica assistenza e beneficenza, e infine le Opere pie.Nessuna meraviglia quindi nell’apprendere che alla fine del secolo scorso in un piccolo comune come il nostro era attivamente in funzione la Congregazione di carità: la sua sede era presso l’Ospedale Civile, ne era presidente l’avv. Luigi Bianchi e tra i suoi componenti c’erano la Superiora delle Figlie della Carità, Suor Anna De Michele e il Canonico Nicola Latorre; le Vincenziane avevano messo a disposizione della Congregazione alcuni locali del vecchio ospedale e avevano allestito una “casa di accoglienza” ove venivano ospitati e rifocillati poveri e derelitti, soprattutto anziani e malati cronici.
Su iniziativa e su sollecitudine del Canonico Latorre la Superiora dell’Ospedale aveva anche allestito due o tre stanze dove, a spese del Canonico Latorre, venivano ospitate bimbe rimaste improvvisamente orfane e sole, e che le stesse Suore amorevolmente accudivano.
L’animo nobile e gentile di questo Sacerdote era particolarmente incline a commuoversi di fronte a chi, in tenera età, era già costretto a sperimentare le asprezze della vita in tempi in cui tante giovani madri morivano dando alla luce i propri figli e in cui le malattie infettive mietevano tante giovani vite gettando intere famiglie nello sconforto e nella disperazione.
In questo contesto il Canonico Latorre cominciò a operare dedicandosi interamente e mettendo la sua vita al servizio delle piccole orfanelle, e più si impietosiva alla loro condizione, più si faceva strada nella sua mente e nel suo cuore l’idea che per queste piccole creature in stato di abbandono non poteva bastare un alloggio, un letto, un piatto caldo.

Bisognava fare di più.
Era la “chiamata”, la scelta: una scelta difficile, irta di difficoltà, tormentata, ma ineludibile. Non una sistemazione precaria, non un alloggio freddo e impersonale, ma una vera “casa” bisognava edificare per le piccole orfanelle: una casa spaziosa, tutta per loro, una dimora fissa ove le orfane potessero vivere una vita dignitosa, avviate all’istruzione, ove potessero imparare un mestiere, un lavoro che in prospettiva le potesse rendere autonome, indipendenti, e un domani, chissà, delle buone mamme.
Leggiamo infatti nell’Atto costitutivo dell’Orfanotrofio:
“… Si premette: il Sacerdote Nicola Latorre, ispirandosi a sentimeuto di civile beneficenza da vari anni provvide al ricovero di diverse orfane presso l’istituto delle Suore della Carità pre poste alla direzione dell’Os pedale di Fasano e con l’intendimento di fonda re un regolare Orfanotrofio, acquistò un latifondo suburbano, e cominciò a costruirvi il fabbricato destinato al ricovero delle orfane…”.

Acquistò un latifondo suburbano e cominciò a costruirvi il fa~ bricato destinato al ricovero delle orfane: nella fase iniziale, dunque, il Canonico Latorre fece tutto da solo; acquistò un latifondo suburbano, cioè un appezzamento di terreno al di fuori del centro abitato, e quindi non pochi metri quadri di suolo edificatorio, perché l’Orfanotrofio doveva sorgere nel mezzo di una proprietà terriera che, coltivata, doveva fornire alle orfane verdura fresca, ortaggi e frutta. Nell’area retrostante l’edificio, infatti, fece impiantare un grande pergolato e a ridosso del muro di cinta aranci, mandarini e limoni. Aveva pensato a tutto il Fondatore, anche a come irrigare le coltivazioni, così ci spieghiamo le numerose e capaci cisterne costruite a ridosso del fabbricato e nel terreno adiacente: qua e là nel terreno spuntavano palme, pini, lecci, tigli profumati perché fornissero alle orfane ombra nell’estate, e mandorli, fichi e noci per le provviste dell’inverno; seguiva di persona il Canonico Latorre la realizzazione di queste infrastrutture, e nel frattempo il fabbricato cominciava a delinearsi.
Ne aveva affidata la progettazione e la direzione dei lavori a uno dei più noti professionisti di quel tempo, l’Architetto Michele Sgobba di Castellana: ma egli era lì, sempre lì, e seguiva i lavori con trepidazione, consigliando, suggerendo, scambiando idee col Progettista e con i maestri muratori, con gli operai, quasi presagisse che il tempo a sua disposizione andava sempre più assottigliandosi.
Non riuscì, infatti, a completare la sua opera, ma il più era fatto: le infrastrutture, gli impianti, tutto il pianterreno e la parte sul prospetto del primo piano erano già completi di intonaco, di infissi, di pavimenti e già funzionanti, ed i lavori erano ancora in corso quando il suo cuore generoso si fermò.

Era il 29 agosto 1897
Leggiamo infatti nell’Atto costitutivo:

“…il detto Sacerdote Nicola Latorre si morì in Fasano addì z’eiitinove agosto milleottocentonovantasette lasciando ancora inconipletato il nuovo fabbricato raccomandandone il completamento ai costituiti germani Stefano e Rosa e co~i testamento olografo del ventisette gennaio milleottocen tonovantasette depositato presso gli Atti del Notar Angelini di questa residenza legò all’erigendo Orfanotrofio il capitale di lire qitarantamila… e legò inoltre l’orto ove è sito l’Orfanotrnfio destinandone la rendita alle riparazioni delle fabbriche ed alla costituzione di modesta dote alle orfane che uscissero dallo Stabilimento come sarà stabilito in apposito Statuto con Regolamento”.

 

Tratto da ” I 100 anni dell’Istituto Latorre di Fasano” scritto da Giovanni Narracci
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